Gruppo di Lettura di Rozzano

25.2.09

INCONTRO DEL 19 FEBBRAIO

Accesa discussione su:

“UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGIE”
di Oriana Fallaci edito da Rizzoli.

Pareri diversi e contrastanti sull'opera postuma di Oriana Fallaci che appartiene al genere della grande saga famigliare, come lei stessa scrisse sulla copertina della cartella del manoscritto originale giunto agli eredi, dove ha innestato molta fantasia su di un canovaccio arrivatole per tradizione orale da parte dei genitori, degli zii, dei nonni e da lei trasformato in romanzo con l'ausilio di un lungo, difficile e paziente lavoro di ricerca accurata dei dati anagrafici riguardanti i suoi avi per consentirle di ricostruire l'albero genealogico su su fino a circa metà del 1700.
Il risultato è lì da vedere, anzi da leggere: nonostante le ottocento pagine si arriva all'ultima pagina in un fiato. Eventuali momenti di pausa o di flessione passano in secondo piano perchè il ritmo e la capacità di avvincere il lettore prevalgono.
La Fallaci non è certo classificabile tra gli storici, ma dobbiamo riconoscere che le vicende personali dei nonni, bisnonni, trisnonni, arcavoli di O.F. hanno dato il destro di raccontare quasi tre secoli di storia italica, e non solo, in modo accattivante, rendendoli facili al ricordo e meno ostici rispetto a quando eravamo costretti a studiare sui banchi di scuola.
I suoi libri hanno sempre fatto discutere e questo non è da meno. Sono sovente stati ispirati da esperienze giornalistiche personali o da vicende intime sue, come fu il caso di “Un uomo” e di “Lettera a un bambino mai nato”.
Grande giornalista, fra le pochissime donne in questa professione in anni di assoluto monopolio maschile, si fece apprezzare in tutto il mondo. L'evento dell'11 settembre 2001 che sconvolse gli USA e l'Occidente, fece assumere a OF una posizione di assoluta intransigenza avversa la cultura islamica; gli ultimi suoi scritti provocarono polemiche e dibattiti, anche processi, tanto è vero che alcuni dei suoi incondizionati ammiratori si schierarono su posizioni opposte. Come non ricordare lo scambio di lettere con Tiziano Terzani?
La malattia che l’ha fatta soffrire negli ultimi suoi anni - morì nel 2006 - e l'attentato alle Torri Gemelle, le hanno certamente impedito di concludere personalmente l’immane opera iniziata nel 1990 (e forse prima).
Oriana Fallaci ci invita a riflettere: bisogna saper convivere con la morte, perché si vive sapendo che bisogna morire, senza la morte non ci sarebbe - paradossalmente - la vita.
La forma e lo stile, non sempre omogenei, risentono della mancanza di una stesura finale che, ai lettori più attenti, è apparsa in maniera abbastanza palese, ma non in misura inaccettabile.
Le voci in dissonanza hanno parlato di operazione editoriale commerciale, di confusione espositiva: il gruppo di lettura è anche questo. Ognuno dice la propria, sempre nel rispetto dell'opinone degli altri, in armonia collettiva, ogni volta con il desiderio e la convinta intenzione di ritrovarsi il mese successivo per un nuovo stimolante dibattito, come avverrà nel:

PROSSIMO INCONTRO del 17 MARZO

quando avremo letto: "LA STRADA" di Cormac McCarthy - Einaudi editore





22.2.09

FRANCESCO COMMENTA UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE


Cari amici,
in attesa del post consueto relativo all'ultimo incontro del 19 febbraio, anticipiamo, in proposito, il pensiero di Francesco.

E’ Caterina Zani, “aspra e geniale”, che nel 1785 sposa Carlo Fallaci, “dolce e mediocre”, alla condizione che lui le avrebbe insegnato a leggere e scrivere, la figura che giganteggia nel racconto del ramo Fallaci. E’ lei, discendente da un’antenata, Ildebranda , bruciata come eretica nel ‘500, a portare uno scandaloso cappello pieno di ciliegie al mercato di Resìa per farsi riconoscere dal futuro marito. L’ammirazione per questa contadina insofferente delle costrizioni di classe ( Leggi suntuarie), delle imposizioni della Chiesa, dei soprusi napoleonici traspare in filigrana attraverso il racconto dei Fallaci. Ad Oriana, ragazza, arrivano in una cassapanca le testimonianze dell’imperioso anelito verso il sapere come unico mezzo per liberarsi dal giogo dell’ignoranza che inchioda le classi più umili alla condizione di sudditanza e all’ immobilità sociale. Nell’excursus temporale tra il matrimonio nel 1785 e la morte dei due arcavoli nell’intorno del 1840 scorrono davanti a noi i paesaggi toscani , la vita sociale dei contadini, la storia del Granducato, ma anche le nefandezze dell’Inquisizione e la grettezza delle istituzioni civili, la bigotteria religiosa. E nel godimento del racconto si coglie, a mio parere, la convinta certezza dell’autrice che i genietti di Caterina siano stati trasmessi fino a giungere a far parte del suo DNA .
Il mare è protagonista dei destini e della tragedia del secondo ramo, quello dei Laurano, di cui Francesco, dagli occhi “lucidi, fondi, sconfitti e carichi di una tristezza terrificante” è la figura di riferimento. A causa del mare ha perso il padre, tenuto in schiavitù in Barberia. Per mare va a placare il suo ventennale desiderio di vendetta, andando a sgozzare 20 mori sulle spiagge di Algeri. E’ per mare che incontra la bellissima Monserrat, figlia illegittima e segreta di un grande di Spagna. E’ sul mare che fa fortuna come nostromo negriero. Ed è infine sul mare che perde i suoi quattro figli in un naufragio. Oriana parla di questo ramo con sgomento, quasi da questa coppia sfortunata e infelice fosse derivato tutto ciò che di male le è capitato nella vita. Ma questo ramo le permette anche di mostrarci l’infamia e le tribolazioni dei nazzareni, gli schiavi su cui prosperavano le città del Nordafrica, e più tardi sullo schiavismo nero verso le Americhe. E con questo ramo viviamo infine le vicende di una normale ingiustizia sociale che, con la complicità della Chiesa, privava dei diritti di riconoscimento sociale l’amore e i frutti dell’amore illegittimo dalle caste blasonate.
E’ la povertà a segnare il terzo ramo, quello dei Cantini, ortolani, ammassati in un tugurio a Livorno. Giovanni cerca di uscirne facendo il soldato di rimpiazzo per mangiare carne, avere una divisa con le scarpe e dormire in un letto con le lenzuola. Benessere che paga col rischio della vita passando di massacro in massacro nelle guerre napoleoniche. Oriana ammette che con le imprese napoleoniche sono però circolate le nuove idee figlie della rivoluzione. Mi è capitato di visitare la tomba del Nappa a Parigi, grandiosa e celebrativa, e non ho potuto fare a meno di domandarmi se queste idee avessero davvero avuto bisogno per diffondersi di un megalomane massacratore di milioni di giovani vite, prelevate con la coscrizione obbligatoria in tutti i paesi occupati. Ma questo è un altro e lungo discorso. Intanto le idee risorgimentali di libertà, progresso, unità, indipendenza, riscatto sociale si diffondono prepotentemente in Italia ed in Europa e conquistano sia Giovanni che più tardi il figlio Giobatta. Ancora violenze guerre e massacri da cui entrambi escono delusi e perdenti. Il ripasso della nostra storia risorgimentale è formidabile, col vantaggio di farla uscire dalla dotta dissertazione in cui l’abbiamo appresa sui banchi di scuola, preoccupati per i brutti voti se non ricordavamo le date. Qui si sentono ribollire le idee, la gente muoversi ed agitarsi, le pallottole fischiare ed i protagonisti agire, soffrire e qualche volta ridere, magari per una festa di matrimonio o nel segreto di un circolo carbonaro, ma anche degradarsi ad azioni brutali di cui lei, discendente, si vergogna.
A questo punto si è a metà del libro, perché tutta la seconda parte è occupata dal quarto ramo :I Ferrier .Ma a me sembra questo sia anche un punto di cesura tra la coralità della prima parte ed il protagonismo di Anastasìa, nella seconda parte, di cui si raccontano le vicende fino al suo tragico epilogo alla fine del libro. Qui le leggende di famiglia diventano più romanzo, dove psicologia, avventure, passioni e tragedia avvolgono la trama alla “Vita” della M. Mazzucco e alla “A. Karenina”di Tolstoj.
Oriana si è decisa alla scrittura di questo libro, lungamente pensato, quando il “mal dolent” ha cominciato a scandire l’inesorabile count down della sua vita. Tirando quattro fili di Arianna ha dipanato i giochi del destino e del caso che hanno determinato la sua venuta al mondo. Ha frugato nelle personalità e nelle esistenze dei suoi arcavoli per comprendere se stessa alla luce delle loro storie e passarcene la testimonianza. Abbiamo assistito dalla bocca di proscenio alle avvincenti rappresentazioni dei luoghi, dei tempi, dei fatti e delle idee dove anche i nostri di arcavoli si muovevano, magari incrociando o condividendo i destini dei suoi.