Direttamente dalla penna di Francesco
La strada di Cormac McCarthy
Cormac McCarthy uomo e scrittore di frontiera ha concepito con questo libro di spingersi oltre il confine estremo: quello apocalittico oltre il quale è sprofondata la terra e la sua civiltà per cause imprecisate. Livide giornate senza sole alternate a buio impenetrabile, pioggia, freddo, incendi e cenere che soffoca sono i simboli di una natura che langue senza vita e senza animali da tempo scomparsi o divorati dai pochi esseri umani sopravissuti che si sono degradati dall’imperativo della sopravvivenza fino alla caccia al loro simile e alla ferocia del cannibalismo. In questo ambiente terrificante, camminano a fatica su una strada che va verso Sud tra città fantasma e case saccheggiate, un padre ed il suo ragazzino, che puntano verso la costa , per sfuggire al freddo, alla mancanza di cibo e al pericolo dei loro simili “cattivi”. Un carrello da supermercato , un telo di plastica, delle scatolette di cibo, un accendino, una pistola con due cartucce sono i miseri ed ironici resti di un’intera civiltà, poche cose che essi vanno raccattando e che si trascinano dietro per sopravvivere nella loro transumanza verso un luogo ed un tempo della rinascita sperata. Perché loro due hanno il fuoco della vita dentro, che custodiscono gelosamente con l’amore del rapporto parentale , che fa si che, nonostante la precarietà, ci sia posto nel carrello anche per un libro di storie da leggere al bambino e per il suo camioncino giocattolo. La desolazione di quell’esistenza precaria e pericolosa ha svuotato finanche la memoria della vita com’era. Solo il bagliore della loro fiamma interiore illumina il ricordo della madre del ragazzino e moglie dell’uomo, che li ha abbandonati col suicidio, per non perdere con la speranza la sua sostanza esistenziale di persona. A lui ha lasciato la decisione di ripetere il suo stesso passo con il figlio. Ma lui non si arrende e consuma la sua vita minata dalla malattia in una lotta disperata per portare il bambino alla salvezza. Muore prima di riuscirci, senza nemmeno la consapevolezza di quel fragile filo di speranza che l’autore ci lascia sotto forma di incontro del ragazzino con una comunità di uomini “buoni” che avviene poco dopo.
La scrittura di CMC è qui ancora più asciutta del solito, con dialoghi scarnificati fino all’essenzialità che la penuria delle forze esige. Ma la muta tenerezza e la sollecitudine dei gesti paterni aleggia nella desolazione ambientale, ben ripagata dalla tranquilla fiducia nel padre da parte del bambino . La poesia di quelle sommesse parole scambiate la si percepisce durante tutto l’incerto e pericoloso procedere, come un potente invisibile involucro che li avvolge e li rende capaci di sopportare l’interminabile sequela di sofferenze e tribolazioni, tenacemente determinati a non smarrirsi nella disperazione.
I luoghi non hanno nome. L’uomo non ha nome né sembianze. Il bambino non ha nome, di lui conosciamo solo la magrezza attraverso lo sguardo angosciato del padre. C’è un solo nome: quello del vecchio Ely. Si potrebbero allora cercare delle chiavi di lettura di questo libro senza capitoli.
Con una chiave di lettura filosofica si potrebbe dire che l’uomo senza nome è, nell’eterno dualismo, il principio del bene che lotta con esito incerto contro il principio del male, perché la vita umana, il bambino senza nome, non sprofondi nell’enormità dei secoli bui .
Se la chiave vuol essere metafisica si può intravedere una visione biblica con l’avvento dopo l’apocalisse di un messia, il bambino, che fonderà il suo regno sulle rovine della civiltà terrena.
La terza chiave potrebbe essere quella più semplicemente laica ed evoluzionista che legge questo libro come un’opera visionaria che catapulta l’immaginazione in uno scenario da storia che procede per cicli, con la forza selettiva dei geni che destina una generazione a morire dopo aver assolto al suo compito che è quello di cercare di portare alla sopravvivenza il figlio con il suo prezioso genoma (il fuoco dentro). Ma se non avrà avuto successo un nuovo ciclo potrà forse riavviarsi, se nelle profondità recondite di qualche forra saranno sopravissuti i salmerini che portano disegnato sul dorso il codice della vita, più antica di quella dell’uomo.
La strada di Cormac McCarthy
Cormac McCarthy uomo e scrittore di frontiera ha concepito con questo libro di spingersi oltre il confine estremo: quello apocalittico oltre il quale è sprofondata la terra e la sua civiltà per cause imprecisate. Livide giornate senza sole alternate a buio impenetrabile, pioggia, freddo, incendi e cenere che soffoca sono i simboli di una natura che langue senza vita e senza animali da tempo scomparsi o divorati dai pochi esseri umani sopravissuti che si sono degradati dall’imperativo della sopravvivenza fino alla caccia al loro simile e alla ferocia del cannibalismo. In questo ambiente terrificante, camminano a fatica su una strada che va verso Sud tra città fantasma e case saccheggiate, un padre ed il suo ragazzino, che puntano verso la costa , per sfuggire al freddo, alla mancanza di cibo e al pericolo dei loro simili “cattivi”. Un carrello da supermercato , un telo di plastica, delle scatolette di cibo, un accendino, una pistola con due cartucce sono i miseri ed ironici resti di un’intera civiltà, poche cose che essi vanno raccattando e che si trascinano dietro per sopravvivere nella loro transumanza verso un luogo ed un tempo della rinascita sperata. Perché loro due hanno il fuoco della vita dentro, che custodiscono gelosamente con l’amore del rapporto parentale , che fa si che, nonostante la precarietà, ci sia posto nel carrello anche per un libro di storie da leggere al bambino e per il suo camioncino giocattolo. La desolazione di quell’esistenza precaria e pericolosa ha svuotato finanche la memoria della vita com’era. Solo il bagliore della loro fiamma interiore illumina il ricordo della madre del ragazzino e moglie dell’uomo, che li ha abbandonati col suicidio, per non perdere con la speranza la sua sostanza esistenziale di persona. A lui ha lasciato la decisione di ripetere il suo stesso passo con il figlio. Ma lui non si arrende e consuma la sua vita minata dalla malattia in una lotta disperata per portare il bambino alla salvezza. Muore prima di riuscirci, senza nemmeno la consapevolezza di quel fragile filo di speranza che l’autore ci lascia sotto forma di incontro del ragazzino con una comunità di uomini “buoni” che avviene poco dopo.
La scrittura di CMC è qui ancora più asciutta del solito, con dialoghi scarnificati fino all’essenzialità che la penuria delle forze esige. Ma la muta tenerezza e la sollecitudine dei gesti paterni aleggia nella desolazione ambientale, ben ripagata dalla tranquilla fiducia nel padre da parte del bambino . La poesia di quelle sommesse parole scambiate la si percepisce durante tutto l’incerto e pericoloso procedere, come un potente invisibile involucro che li avvolge e li rende capaci di sopportare l’interminabile sequela di sofferenze e tribolazioni, tenacemente determinati a non smarrirsi nella disperazione.
I luoghi non hanno nome. L’uomo non ha nome né sembianze. Il bambino non ha nome, di lui conosciamo solo la magrezza attraverso lo sguardo angosciato del padre. C’è un solo nome: quello del vecchio Ely. Si potrebbero allora cercare delle chiavi di lettura di questo libro senza capitoli.
Con una chiave di lettura filosofica si potrebbe dire che l’uomo senza nome è, nell’eterno dualismo, il principio del bene che lotta con esito incerto contro il principio del male, perché la vita umana, il bambino senza nome, non sprofondi nell’enormità dei secoli bui .
Se la chiave vuol essere metafisica si può intravedere una visione biblica con l’avvento dopo l’apocalisse di un messia, il bambino, che fonderà il suo regno sulle rovine della civiltà terrena.
La terza chiave potrebbe essere quella più semplicemente laica ed evoluzionista che legge questo libro come un’opera visionaria che catapulta l’immaginazione in uno scenario da storia che procede per cicli, con la forza selettiva dei geni che destina una generazione a morire dopo aver assolto al suo compito che è quello di cercare di portare alla sopravvivenza il figlio con il suo prezioso genoma (il fuoco dentro). Ma se non avrà avuto successo un nuovo ciclo potrà forse riavviarsi, se nelle profondità recondite di qualche forra saranno sopravissuti i salmerini che portano disegnato sul dorso il codice della vita, più antica di quella dell’uomo.

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